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PL - Falsini: "La Coppa Uefa del '95 indimenticabile. Peccato sia mancata la ciliegina in campionato"

di Niccolò Pasta
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Nella prima parte della nostra intervista in diretta Instagram con Gianluca Falsini abbiamo rivissuto i suoi primi anni a Parma, dove ha fatto tutta la trafila arrivando ad esordire nell'aprile '94. Nel corso gli quegli anni Falsini è stato spesso aggregato alla squadra di Nevio Scala, che nel 1995 trionfò in Coppa Uefa, battendo la Juventus. Con lui abbiamo parlato di quella storica cavalcata, la rivalità con i bianconeri, e sorridendo con gli aneddoti di Faustino Asprilla. Di seguito, ecco il video della prima parte dell'intervista, che potete riprendere per intero sulla nostra pagina Instagram.  

Mi racconti i primi anni a Parma, dove hai fatto le giovanili e dove sei riuscito ad esordire in A nel ’94?
“La mia è stata una favola, soprattutto all’inizio. Provenivo da una società dilettante di Arezzo e mi sono catapultato in una città nuova, in convitto, e da fare gli Allievi regionali mi sono trovato a fare la Berretti Nazionale. Quell’anno lì sfiorammo il titolo nazionale, perdemmo contro il Cosenza di Fiore, Miceli, Paschetta proprio all’ultimo minuto. Successivamente inizia la Primavera con Mister Cannata, e ad aprile esordì in Serie A: in 18 mesi sono passato dal campetto di periferia toscano alla Serie A con il Parma di Nevio Scala, Asprilla, Zola, Crippa, Apolloni, grandi campioni”.

Che ti ricordi di quell’esordio?
“Mi ricordo un gran sole, un gran casino, non ci capii granché. Alzai la testa e vidi una fiume di persone. L’anno successivo rimasi ancora a Parma, Mister Scala mi volle trattenere. Inizia il ritiro con la prima squadra ma poi feci quasi tutta la stagione in Primavera. Feci un paio di panchine, poi ricordo che il primo anno di Parma si vinse la Coppa delle Coppe e il presidente Tanzi fece un aereo con tutti noi ragazzi delle giovanili per portarci a Londra a vedere la finale. Mi ricordo tante cose di quell’evento, di aerei non ne avevo mai presi, mi ricordo che c’era Buffon, tanti ragazzi delle giovanili. Fu una metafora della vita, la cosa bella non è la meta ma il viaggio. Poi dopo tre anni di giovanili feci la prima esperienza con i grandi”.

Mi concentro sul tuo ultimo anno, il ’94-95: in quell’anno il Parma vince la Coppa Uefa con la Juve.
“Me lo ricordo benissimo, fu un’annata magica. Mi ricordo la partita di Milano, eravamo in convitto a guardare la partita trepidanti, poi c’era anche Fiore, uno di noi, che aveva esordito.Eravamo parte in causa. Fu un’annata strepitosa, peccato sia mancata la ciliegina in campionato, però era un Parma molto molto forte, che poteva ambire al massimo. All’epoca la Serie A era il campionato più difficile del mondo”.

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All’epoca la finale di Coppa Uefa era andata e ritorno: da tifoso, oltre che da calciatore, come hai vissuto l’attesa della gara di ritorno a San Siro?
“All’epoca andavo a fare gli allenamenti quindi l’ho vissuta da dentro. Dopo la partita di andata si respirava un’aria di ottimismo e fiducia, poi come tutti gli eventi quando si arriva in prossimità dell’evento c’è chi reagisce in maniera diversa. Mi ricordo Apolloni che fu uno dei primi a fare il training autogeno: si metteva prima della partita in un angolino, spesso nelle docce, al buio a meditare. Un giorno gli chiese cosa facesse e mi disse che si stava riscaldando con il pensiero. Mi misi a ridere però successivamente ho capito che quello che stava dicendo era vero e moderno. Tutt’ora non ho visto giocatori riscaldarsi così, avere consapevolezza di quello che hai dentro è sempre difficile”.

C’era qualcuno in quel gruppo che ti aveva preso sotto l’ala per farti crescere?
“Mi ricordo che uno di questi era Apolloni, poi anche Melli. Quando venni selezionato per partecipare al ritorno di una partita con l’Ajax in Coppa delle Coppe feci un gol incredibile in allenamento, simile a quello di Van Basten in finale dell’Europeo ’88, e Melli disse: “Ma chi è questo qua?”. Da quel momento mi misi a parlare con lui e mi diede tanti consigli, mi fece capire la sua visione e cosa dovevo fare per diventare calciatore”.

E Scala con voi giovani come si comportava?
“Come un genitore. Nevio è un veneto vecchio stampo, ti dava bastone e carota. Lui sapeva riconoscere il talento di un giocatore, tant’è che sia Fiore che Buffon li ha buttati dentro. Lui impazziva per Hervatin, lo vedeva come vice Di Chiara anche se era giovanissimo e voleva che rimanesse in rosa sin da subito. Considera che in quel ruolo lì c’erano Benarrivo e Di Chiara”.

E Asprilla? Personalmente ti ha mai fatto qualche scherzo?
“Per fortuna no, però ho assistito a tante cose. Una volta mi ha fatto morir dal ridere. Era novembre, facevamo allenamento al parco della Cittadella, dovevamo essere pronti alle 9 al Tardini per iniziare alle 10. Erano tipo le 9.50, ci stavamo preparando per uscire dallo stadio per andare ai pulmini che ci avrebbero portato al parco, e a un certo punto si vede spuntare dalla nebbia Asprilla con le maniche corte e gli occhiali da sole. Tutti ci siamo messi a ridere, Scala lo guarda, guarda l'orologio e gli dice che è in ritardo e che non era professionale. E lui ha fatto un sorrisone e gli ha detto: "Mister, la noche, la noche...". E sono scoppiati tutti a ridere. Era un giocatore straordinario. Una volta eravamo ad Amsterdam per una partita di Coppa delle Coppe. Eravamo a tavola, tutti zitti e concentrati, arriva lui e inizia a cantare. Scala inizia a girarsi verso il massaggiatore, Bozzetti, e gli dice di andargli a dire di stare zitto che deconcentrava gli altri. E Pastorello, il direttore, prende Scala per la mano e gli dice: "Mister, lascialo cantare perché se canta è felice. E se è felice ci fa felici anche a noi”. Tino era un giocatore fantastico, gli ho visto fare delle cose meravigliose. Aveva una vita fuori dal campo a volte poco consona però è stato un giocatore meraviglioso e ho avuto la fortuna di vederlo per anni da vicino”.

@ESCLUSIVA PARMALIVE - RIPRODUZIONE RISERVATA


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